Formula SAE: cos’è e perché la consiglio a qualsiasi ingegnere – l’esperienza di Francesco

Francesco, studente di ingegneria presso l’Università degli Studi di Brescia, ci racconta la sua esperienza come partecipante alla Formula SAE. Leggi la sua intervista per scoprire di più sulla sua esperienza e su questa interessante competizione!

Formula SAE – La macchina del team dell’Università di Brescia

Formula SAE: in cosa consiste?

La Formula SAE è una competizione studentesca nata nel 1981 negli Stati Uniti. Il concept è quello di proporre agli studenti universitari iscritti ad una facoltà qualsiasi di costruire un veicolo funzionante seguendo le linee guida di un regolamento. Il progetto viene poi valutato dal punto di vista del design, della redditività e delle prestazioni su circuito. Le competizioni si tengono sempre in Paesi diversi. Noi abbiamo partecipato alla competizione austriaca, spesso a quella italiana e infine a quella in Michigan, che è la più grande dato che è quella originaria. Per darti un’idea dei numeri, a quell’evento c’erano 120 team con macchine a combustione interna (ci sono anche le gare per le auto elettriche) per un totale di 2000 persone coinvolte.

 

In cosa consiste una gara?

Si comincia con le prove statiche, ossia con la valutazione del progetto da parte di giudici esperti di varie aree (sospensioni, telaio, ecc) che, in presenza del team, ispezionano il veicolo e indagano le scelte progettuali. Si passa poi alla valutazione economica, in cui si presenta un business plan per la vendita della macchina. Infine c’è la revisione dei componenti della macchina in cui si cerca di dimostrare che la macchina è costata il meno possibile.

Finite le prove statiche, si passa alle prove dinamiche in pista. Per accedervi bisogna passare la revisione completa del veicolo, ovviamente per motivi di sicurezza. Ci sono diverse gare, l’ultima delle quali è la endurance: una corsa di 22 minuti con cambio pilota a metà in cui il vero obiettivo è arrivare a fine gara. Nelle endurance infatti circa il 50% delle macchine non riesce a completare il circuito, questo perché si tratta sempre di prototipi costruiti da studenti e anche i piloti sono tassativamente studenti.

 

Quanto costa costruire una macchina?

Quando si valuta quanto è costata una macchine non si tiene conto dei prezzi reali ma ci si basa su tabelle che indicano i prezzi di ogni possibile componente (adesempio: “motore motociclistico costa tot al cavallo”). Questo per non creare disparità tra team in base a materiali a disposizione e possibilità economiche. Per i componenti che vengono effettivamente costruiti da zero si usano tabelle che prezzano materiali, lavorazioni e simili per dare degli elementi di calcolo su cui basarsi. Per fare un esempio, ho costruito un airbox in plastica con una stampante 3D; il costo effettivo è stato di 900 euro mentre per la tabella il prezzo era molto più alto, in quanto risultato del costo del materiale al kg pesato per il processo usato.

 

Quando dici che il pezzo è di 900 euro, vuol dire che avete effettivamente pagato 900 euro di tasca vostra?

Sì, ma per pagare abbiamo usato la cassa data dalle sponsorizzazioni. I soldi del progetto derivano solitamente al 50% dall’università stessa e al 50% da aziende private che vogliono essere sponsor.

 

Come entri a far parte del team? C’è un processo di ammissione?

Dipende da team a team. I team più blasonati. come quello dell’università di Stoccarda sponsorizzato Mercedes o il team ReadBull di Graz, hanno un iter complesso per l’ammissione dei candidati. Il team di Brescia è stato fondato nel 2014 e quindi nei primi anni il problema non è stato chi e come selezionare, ma come attirare gente! Nel 2017 abbiamo fatto una selezione per la prima volta e per esempio abbiamo escluso a priori gli studenti del primo anno. Non è una questione di capacità ma di impegno richiesto: il primo anno di Ingegneria è molto impegnativo, quindi si trascurerebbe o il team o l’università.

Quanto è grande un team?

L’anno scorso eravamo ufficialmente una sessantina di persone, ma questo numero indica le persone che hanno dato la loro disponibilità. In realtà, una ventina di queste persone durante l’anno non le vedi mai e un’altra ventina per un motivo o per l’altro danno un contributo meno importante (hanno poche conoscenze tecniche, non hanno un ruolo di responsabilità, ecc). Alla fine l’anno scorso una quindicina di persone hanno svolto l’80% del lavoro. Questo non è una critica verso gli altri, io stesso i primi anni sono stato poco attivo e facevo solo i task che mi venivano affidati. Il terzo anno invece sono diventato responsabile dell’area motore: ho dunque dovuto progettare, fare delle scelte, affidare compiti ad altre persone. Questo è un progetto che devi prendere come un lavoro ed essere costante, altrimenti perdi subito lo spirito.

 

Che tipo di impegno ti è stato richiesto quando sei diventato responsabile dell’area motore?

Su spinta del mio professore ho deciso di basare la mia tesi sullo studio dei sistemi di aspirazione e scarico del motore della macchina, così ho potuto dedicarmi al progetto senza riserve. Da settembre a febbraio ho speso dunque dalle 8 alle 10 ore al giorno sul progetto. Senza contare quando ho fatto le notti! Capita quando c’è un problema e sei in prossimità di una gara.

 

L’Università riconosce dei crediti per questa attività?

No, purtroppo nessun credito è previsto per la formula SAE. In realtà, in alcuni casi puoi farti furbo: noi di ingegneria abbiamo 9 CFU che possiamo spendere come vogliamo, anche su progetti interni all’università e dunque si può chiedere che il progetto dell’automobile sia contato come uno stage.

In ogni caso, se anche l’Università non riconosce formalmente l’impegno per questo tipo di progetti, lo fanno le aziende: io personalmente ho ricevuto 4 offerte di lavoro nel mondo automotive solo perché facevo parte del team.

Per fare un esempio di un’azienda, tutti gli anni FCA ha il suo stand alle gare di formula SAE e fa recruiting fra i componenti dei team. Arriva già con le liste di nomi e passa la giornata a intervistare i partecipanti e parlare delle posizioni aperte. Inoltre, FCA mette a disposizione il proprio circuito per far esercitare le squadre prima delle gare, e ovviamente sfrutta queste occasioni per osservare: non interessano i risultati, ma conoscere chi partecipa.

 

Raccontami delle trasferte: com’è stata quella negli Stati Uniti?

Strabella! In quell’occasione eravamo in 25 ma 4 persone sono dovute partite in anticipo per essere presenti all’arrivo della macchina e sono partite più tardi per essere presenti allo smontaggio. Io sono stato fra quei 4. A me personalmente è piaciuto tutto, dalla cittadina sperduta in cui eravamo fino al circuito. Mi ha ricordato il mio paese qui, ma molto più in grande. Mi sono ambientato subito e gli americani sono stati davvero accoglienti, quando gli dici che sei italiano poi impazziscono. Hanno tutti parenti o amici che vengono dall’Italia e ti chiedono quanto disti da Firenze, Venezia, Milano! L’evento è enorme ma nonostante questo super organizzato. Eravamo molto liberi, il clima era molto conviviale, siamo stati benissimo anche se non abbiamo fatto una bellissima figura perché la macchina si è rotta, ma sono cose che capitano.

Formula SAE – l’edizione in Michigan

Come si trovano gli sponsor?

La maggior parte delle sponsorizzazioni iniziano grazie alle care vecchie conoscenze, magari i professori che hanno collaborazioni con aziende o dottorandi. Altrimenti ci si conosce alle fiere e ad altri eventi simili.

 

Tu hai fatto un periodo nella consulenza e adesso lavori per un’azienda che fa robotica. Perché hai deciso di non cercare un lavoro nel mondo automotive?

Mi piace molto il settore motoristico ma di aziende in Italia che creano motori ce ne sono poche, la maggior parte fanno componentistica. Inoltre l’automotive è un settore nel quale c’è più offerta di lavoro che richiesta e quindi rischi di essere assunto a condizioni svantaggiose rispetto ad altri settori. Infine, si tratta spesso di aziende grandi, quindi finisce che ci si specializza su una cosa specifica e vi si rimane legati, cosa che mi annoierebbe.

 

Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

La formula SAE colma una grande lacuna non solo di ingegneria ma credo in generale dell’Università in Italia: l’applicazione pratica. Non solo ho davvero e concretamente costruito un’automobile funzionante, ma ho imparato a gestire progetti, gestire persone, trovare compromessi: tutte cose che non trovi sui libri. Forse ti laurei con qualche mese di ritardo se ti dedichi alla Formula SAE, ma l’azienda che poi ti assume si rende conto che quel tempo non è stato perso, ma investito.

Credo inoltre che l’esperienza abbia un valore anche al di là dell’aspetto professionale. Io mi sono divertito moltissimo e ho legato con le persone con cui ho lavorato, cosa quasi inevitabile quando devi trascorrere giornate a lavorare tutti insieme venti ore al giorno su una cosa: sono situazioni in cui si crea un’intesa incredibile e che ricorderò per sempre. Sicuramente lo consiglio a tutti gli ingegneri che studiano meccanica: il tempo investito è ripagato al 100%.

Formula SAE – Francesco e i colleghi controllano la macchina

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La formula SAE è un’esperienza utile non solo per gli studenti di ingegneria, ma anche per chi frequenta le facoltà di design, economia e altre ancora. Infatti c’è bisogno anche di curare gli aspetti più legati alla gestione aziendale, dal rapporto con gli sponsor alla stesura dei business plan per le gare, o di creare contenuto audio video per i canali social.

Per mettervi in contatto con la squadra dell’Università di Brescia:

Gruppo Facebook: https://it-it.facebook.com/OMRUniBSmotorsport/

Email: unibsmotorsportfsae@gmail.com

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Dopo esserci conosciuti all’Università di Trento nel 2012 e aver intrapreso due carriere diverse, una nel marketing e una nella finanza, ci siamo ritrovati a Ginevra, in Svizzera, dove viviamo. Ora lavoriamo, studiamo e ci dedichiamo a questo blog nella speranza di aiutare tutti gli studenti là fuori in cerca di consigli!

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