Studiare in Cina: l’esperienza di Gaia

Gaia ha frequentato il corso di Laurea in Lingue, Culture e Società dell’Asia e dell’Africa mediterranea – curriculum Cina – presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Fin dall’inizio non ha avuto dubbi: avrebbe trascorso un anno in Cina. Così, dopo aver vinto due borse di studio, è partita alla volta di Changchun prima e Pechino dopo.

Gaia ha deciso di raccontarsi e condividere la sua esperienza: chissà che leggendo la sua storia non vi innamoriate anche voi della cultura cinese!

“Ci tenevo così tanto ad andare in Cina che ho fatto domanda a due bandi diversi: uno è il bando Overseas, che mi ha dato la possibilità di volare verso il nord della Cina e rimanerci per un semestre, l’altro è un bando gestito dallo Hanban, istituzione affiliata al Ministero dell’Istruzione cinese, che mette a disposizione borse di studio per coprire alloggio, spese universitarie e avere anche un rimborso mensile. Ho vinto entrambi e così ho avuto la possibilità di trascorrere il primo semestre a Changchun e il secondo semestre a Pechino, per un totale di un anno accademico”.

 

Com’è stato il primo impatto?

Devo dire che mi aspettavo peggio! Mi è subito piaciuto l’ambiente e quindi mi sono adattata velocemente, grazie anche alla struttura delle università: di solito hanno un campus che include i dormitori, le classi, le biblioteche e questo aiuta a socializzare con gli studenti internazionali e anche con i cinesi stessi.

 

Tutti gli studenti vivono nel campus?

In alcune università, può essere che i cinesi siano persino obbligati. Questo perché lo studio deve essere il loro unico scopo ed impegno, senza distrazioni. Inoltre, sono sottoposti a regole rigide. A Changchun i cinesi vivono in camere da 4 (mentre noi studenti internazionali avevamo camere da due) e devono pulire benissimo altrimenti scatta la punizione, come ad esempio niente energia elettrica per qualche giorno. Inoltre, c’è il coprifuoco alle ore 22:30. L’università di Pechino invece è molto più liberale dato che ospita ogni anno numerosi studenti internazionali ed è conosciuta in tutto il mondo per il livello dell’insegnamento.

 

Quindi non hai fatto molta festa il primo semestre…

In realtà si, per gli studenti internazionali c’è un trattamento di riguardo, forse perché capiscono che devono venirci incontro altrimenti non ci andrebbe più nessuno! Per esempio non ci controllavano la pulizia della stanza e la notte, quando il dormitorio veniva chiuso a chiave, capitava che venisse lasciata aperta la porta sul retro per noi studenti internazionali.

 

Le regole sono così rigide anche in classe?

Direi di sì. Innanzitutto c’è l’obbligo di frequenza e questo vale anche per gli studenti internazionali. Viene fatto un appello giornaliero e si richiede una giustificazione in caso di malattia. Le assenze impattano sul voto finale dell’esame, come da noi alla scuola dell’obbligo.

I cinesi all’università sono più liberi che alle superiori, ma comunque sotto pressione. La filosofia è: sei qui per studiare, quindi studia. Poi l’atmosfera cambia a seconda dell’università, ad esempio a Pechino gli studenti mi sono sembrati generalmente più tranquilli. Nella capitale in particolare l’ambiente universitario mi è piaciuto tantissimo. Ci sono studenti da tutto il mondo e grazie ai numerosi lavori di gruppo che ho svolto ho avuto modo di socializzare sia dentro che fuori la classe.

 

A che livello di padronanza della lingua cinese sei arrivata?

Sono partita che avevo un B1, quindi me la cavavo ma ancora ad un livello abbastanza basso. In Cina capivo quello che i professori madrelingua dicevano se usavano la lingua ufficiale, senza cadenze o dialetti locali. Ho fatto una vera full immersion: ogni giorno dalle 8:00 alle 12:00 avevo lezione di scrittura, ascolto, conversazione e grammatica. Fuori dall’università però facevo fatica. Nei ristoranti o per strada la gente usa una cadenza regionale fortissima, che non è quella standard che avevo imparato in Italia, dunque finivo sempre per usare la frase tattica “scusi, può ripetere più lentamente?”. In ogni caso, in un anno sono migliorata tanto: una volta tornata ho ottenuto una certificazione di C1.

 

Diresti che non ce l’avresti fatta senza andare in Cina?

Penso sia una scelta obbligata passare almeno un semestre in Cina, non solo dal punto di vista linguistico. Serve anche capire la cultura che c’è dietro ciò che si studia, cosa che sarà fondamentale nel proprio futuro lavorativo. Bisogna sapere come approcciarsi ai cinesi, considerando che hanno codici comportamentali diversi. Ad esempio, soffiarsi il naso a tavola viene considerato maleducatissimo, mentre si possono fare altre cose che da noi non sarebbero particolarmente indicate (ndr. Ruttare).

 

Una cosa strana che hai scoperto?

Mi ha colpito tantissimo la differenza e quasi opposizione fra moderno e tradizione. Ad esempio dal punto di vista dell’architettura: a Shanghai, una città famosa per la sua modernità, per i grattacieli modernissimi e splendenti, basta girare l’angolo per vedere le baracche, i negozi tipicamente cinesi in cui vendono di tutto, dalle biciclette alla frutta, ecc. E’ una cosa che colpisce ma contemporaneamente affascina.

 

Hai fatto amicizia con studenti cinesi?

Sì certo, complice il fatto che studiavo in facoltà di lingue straniere in cui veniva insegnato anche l’italiano. Ho legato, quindi, con i cinesi che studiavano l’italiano: quando ci incontravamo per mangiare parlavamo un po’ nelle due lingue.

 

I cinesi sono socievoli?

Dipende forse dall’approccio che si usa. Noi italiani, così solari e socievoli, dal loro punto di vista siamo forse “aggressivi”, mentre loro sono un po’ più riservati. In realtà sono molto curiosi, conta che alcuni vengono da paesi molto piccoli e non hanno neanche mai visto un occidentale, dunque sono entusiasti di conoscere realtà così diverse.

 

 

Come ti sei trovata a Pechino?

Fra le due università, ho preferito quella di Changchun. Mi aspettavo un certo livello dall’Università della capitale, editrice della maggior parte dei libri di testo su cui ho studiato. I professori sono molto preparati e disponibili, l’ambiente è quasi familiare, un bel posto dove imparare la lingua. Però il campus è vecchio e la mensa… orribile! Generalmente non ho problemi con il cibo e mi piace la cucina cinese, ma qui ho sempre mangiato malissimo. Inoltre, chiude ad orari assurdi (a mezzogiorno a pranzo e alle 18:00 la sera!). Dopo solo una settimana ho iniziato ad andare sempre fuori al ristorante. Invece la mensa di Changchun è nuova e moderna, pulita, il cibo di qualità. Inoltre è davvero economica, un pasto completo costa complessivamente un euro, a volte anche meno.

 

Ma non avevi l’opportunità di cucinare, magari qualcosa di buono italiano?

A Pechino – questa un’altra nota decisamente negativa – non avevo la cucina! Alcuni dormitori dell’università infatti non ne sono provvisti e spesso capitava di dover andare a cucinare da amici.  Non tutti i dormitori sono così, molti studenti internazionali in Cina senza borsa di studio alloggiavano in dormitori belli e attrezzati, con cucina e bagno in camera. Già, perché io avevo un bagno comunitario nel dormitorio non comprensivo di doccia, la quale, stile quella delle piscine, era situata in un altro edificio e che dividevo con non so quante persone, troppe! Il primo giorno ero scandalizzata, poi ci ho fatto l’abitudine, oltre ad aver trovato un ripiego: mi sono iscritta in palestra apposta per avere una bella doccia!

 

Sei riuscita a visitare e vivere le città in cui hai studiato?

A Changchun c’era poco da vivere devo dire, non è una città con una grande storia. Ho rimediato girando tanto nei weekend. Mi sono spostata molto, sono andata in altre città cinesi e nella Mongolia interna, che mi è piaciuta moltissimo.

A Pechino ovviamente ho visitato di più, è una città enorme con grandi attrattive. Poi sono stata fortunata, sono andata nel periodo più caldo e ho avuto la fortuna di visitare la Muraglia cinese con un bellissimo cielo azzurro!

 

Non è così banale vedere il cielo azzurro?

A Pechino, il cielo è spesso grigio e un giorno c’è stato proprio il divieto di uscire di casa se non debitamente attrezzati: l’inquinamento dell’aria aveva raggiunto livelli nocivi e la nebbia era di colore giallo! In realtà sono stata anche abbastanza fortunata, è stato spesso… vivibile! Dipende anche dalla zona. Nelle aree vicino al mare si concentrano le fabbriche e l’aria è molto inquinata, soprattutto nel periodo Settembre-Gennaio, probabilmente anche a causa dei vetusti sistemi di riscaldamento che utilizzano.

 

Se dovessi pensare all’esperienza in generale, ti è piaciuto di più stare a Pechino o a Changchun?

Sono due città molto diverse, non saprei scegliere.  A Pechino mi sono creata un bel gruppo di amici e mi sono divertita moltissimo, anche grazie all’area moderna della città in cui ci sono bar, discoteche, locali di tutti i tipi. Inoltre ogni weekend sono potuta andare in un luogo differente a visitare qualcosa di nuovo. A Changchun ero più limitata, ad esempio la posizione della città, al confine con la Russia e la Corea del Nord, è più scomoda e costringe a prendere treni o aerei per andare a visitare altri luoghi. Ma almeno avevo il bagno e una mensa ottima!

 

E’ difficile fare il turista in Cina?

Direi di sì. Uno dei primi mesi sono andata con un’amica italiana a visitare la Mongolia interna ed essendo da sole abbiamo dovuto arrangiarci. Comprare i biglietti, assicurarsi di aver preso il giorno giusto, di aver capito bene il binario del treno o di aver prenotato l’albergo corretto, tutto è stato difficile. Il fatto è che al di fuori delle città internazionali come Pechino e Shanghai la gente non parla inglese, nemmeno negli hotel. Ancora, i menu dei ristoranti sono tutti scritti in cinese e non hanno nemmeno le fotografie: all’inizio ordinavo a casaccio, quando ho capito che non era una grande idea ho iniziato a prepararmi prima.

 

Sono almeno collaborativi?

Sì sì, sono stata in tante zone in cui mi fermavano per pormi domande e mi facevano i complimenti per come parlavo nonostante dicessi due parole in croce. La frase “sono italiana e studio cinese” aveva sempre il suo effetto! Per loro è bello vedere un occidentale che studia la loro lingua e visita il loro Paese. Tra l’altro, continuavano a chiedermi di fare fotografie con loro, mi sembrava di essere una celebrità!

Ciao!

Siamo gli autori di questo blog!

Dopo esserci conosciuti all’Università di Trento nel 2012 e aver intrapreso due carriere diverse, una nel marketing e una nella finanza, ci siamo ritrovati a Ginevra, in Svizzera, dove viviamo. Ora lavoriamo, studiamo e ci dedichiamo a questo blog nella speranza di aiutare tutti gli studenti là fuori in cerca di consigli!

La posta di Unitrotter

Se vuoi avere più informazioni sulle università che ti interessano, ricevere una notifica quando c’è un nuovo articolo o curiosità su di noi, allora non devi fare altro che iscriverti alla nostra newsletter!

Tranquillo, sappiamo che già ricevi un sacco di posta: non ti manderemo più di due email al mese 🙂

app-icon2

Unitrotter ha anche un profilo Instagram, dove condividiamo le fotografie degli studenti che intervistiamo o le ultime chicche!

Potrebbe interessarti anche…

GAIA

GAIA

Giulia ha studiato Lingue Orientali a Venezia, curriculum Cina

VENEZIA

VENEZIA

Quante volte abbiamo visitato Venezia o ammirato cartoline di Piazza San Marco, Rialto o del Canal Grande?

NICOLA

NICOLA

Nicola ha frequentato il corso di Design del Prodotto e della Comunicazione allo IUAV di Venezia